Molte, troppe
volte, mi sono chiesto cosa c'e che spinge l'uomo a salire le montagne. La
conquista dell'inutile, come tanti alpinisti hanno definito il salire una
vetta, ha un fascino del tutto particolare e neanche troppo nascosto. In prima
persona ho ancora una volta capito perchè vado in montagna, anche se
spesso torno con le dita dei piedi spelate, il calcagno sanguinante, male
alle gambe e svariate scottature alla carnagione troppo chiara. La risposta
è arrivata puntalissima venerdì 2 luglio 1999 quando, alle ore
9:00 a oltre 3.150 metri di quota, maledicevo la mia pigrizia che mi ha fatto
lasciare a casa picozza e ramponi. Impreco perchè non posso andare
oltre. Lo scivolo di neve ai piedi della Testa del Leone è troppo duro
e ripido per essere affrontato senza precauzioni.
Così rinuncio nel proseguire la salita che si interrompe proprio dove le rocce terminali della Testa del Leone si affacciano verso il ghiacciaio di Tyndall. Maledizione da quel punto ho visto quasi niente: volevo compiere una esplorativa della parte bassa della via italiana al Cervino per la cresta SO (o del Leone) e torno a casa amareggiato per avere curiosato "poco". Sapevo benissimo che sarei andato su soltanto per sbirciare, ma rimane sempre l'amaro in bocca per essere tornato indietro anzitempo a non so ben cosa!
Mi consola la bella passeggiata, veramente elementare, fino al rifugio Duca degli Abruzzi all'Oriondè, che consiglio a chi vuole fare quattro passi in ambiente grandioso, senza prendere rischi. Per salire oltre, verso la Croce Carrel, le cose si complicano un po', vuoi per il percorso su sfasciumi, vuoi perchè siamo ai piedi del Cervino, e questo può già bastare a delimitare il confine tra escursionismo ed alpinismo.